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Signora differenza
La statua di una donna focomelica a Trafalgar Square rievoca la tragedia della talidomide e riapre il dibattito sull'aborto e i diritti dei disabili. Perché se è vero che l'arte, parola di Oliviero Toscani, "deve disturbare" può diventare anche un potente strumento di comunicazione. Nelle piazze cittadine come sulle pagine di un giornale.
Per dirla con le parole di Oliviero Toscani, uno che di provocazione se ne intende, "l'arte deve dare fastidio. Se non disturba, non è arte". Se poi si tratta di "arte contemporanea in luogo pubblico" la discussione può farsi persino più vasta e articolata, trascendendo i meri confini del gusto per spalancare la porta a questioni ed interrogativi di più ampio respiro. E per trovare un interessante esempio basta gettare lo sguardo al di là della Manica.
Infatti, poche settimane prima che Maurizio Cattelan provocasse un pandemonio impiccando tre bambini-fantoccio in una piazza di Milano, la decisione di porre a Trafalgar Square la statua di una donna nuda e incinta innescava un bailamme di polemiche tra i sudditi di Sua Maestà Britannica.
Suscitando reazioni decisamente contrastanti "Alison Lapper pregnant", scultura in marmo italiano dell'artista inglese Marc Quinn, è stata infatti scelta da una commissione appositamente nominata dal sindaco Ken Livingstone per occupare, per quindici mesi, il quarto plinto della piazza più famosa di Londra. E che non si trattasse di una semplice questione di pruderie lo si è capito dalla definizione di "statua choc" che ha immediatamente accompagnato l'opera.
Alison Lapper, la modella e artista inglese ritratta in dolce attesa, è infatti una donna focomelica. "Resa disabile dalla talidomide nel ventre materno e a sua volta diventata madre" ha scritto in Italia "la Repubblica". Che ha fatto da eco ai quotidiani inglesi che per l'occasione hanno ripescato dal passato una delle più grandi tragedie della storia della farmacologia. Quella della talidomide, appunto, che raccomandata come tranquillante per le donne in gravidanza causò, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la nascita di migliaia di bambini malformati. E con essa il ricordo di una accesa controversia a cui, in Gran Bretagna, lo scandalo legato al farmaco servì da combustibile: quella sull'aborto.
La statua di Marc Quinn che sarà posizionata a Trafalgar Square (fonte: http://bbc.co.uk/ouch/news/btn/vlucas_plinth4.shtml)
Talidomide e aborto
In un articolo pubblicato su "The Guardian", infatti, la giornalista Mary Kenny ha ricordato l'enorme impatto che quella tragedia ebbe sull'opinione pubblica negli anni Sessanta. E come essa, in Gran Bretagna, abbia impresso una reale svolta verso l'approvazione di una legge sull'aborto che aveva incontrato fino ad allora ben pochi favori. In questo senso "la scultura" scrive la Kenny "potrebbe rappresentare il vero trionfo dei movimenti per la vita che negli anni '60 furono gli unici a sostenere il diritto all'esistenza di una persona come Alison". Che divenuta donna, madre e artista lei stessa, per la giornalista è la prova vivente, "Living proof" è infatti il titolo dell'articolo, della fondatezza di quelle argomentazioni.
Eppure, con ogni probabilità, la storia di Alison Lapper si incrocia con lo sventurato farmaco soltanto negli occhi del pubblico e sulle pagine dei giornali. La messa al bando della talidomide in Gran Bretagna, alla fine del 1961, precede infatti di più di tre anni la nascita di Alison Lapper, la cui disabilità sembra perciò difficilmente riconducibile a quel medicinale.
Senza valicare i confini di una privacy che la stessa Lapper ha sempre risolutamente difeso, ciò che emerge vividamente da questa mescolanza tra vita vissuta e opera d'arte è il potenziale comunicativo di una scultura la cui carica evocativa sembra andare ben oltre la definizione "tutto messaggio e niente arte" che è il leit motiv dei suoi critici.
Un potenziale che peraltro, secondo i suoi sostenitori, si esprime prima di tutto nell'offrire una rappresentazione fiera e senza compromessi di una donna sensuale e fertile, impudicamente lontana dagli atteggiamenti vittimistici e dagli afflati compassionevoli. Una figura forte e carnale, scandalosa solo perché distante dall'immagine rassicurante di una disabilità innocente ed asessuata.
"Provocazione d'artista", "eccesso di politically correct" o legittima modalità di comunicazione di una disabilità finalmente libera da ipocrisie e stereotipi, dunque? Toscani non ha dubbi. "Quando la società sarà civile non avrà più bisogno di queste espressioni. Una ragazza focomelica è una realtà della vita che crea un problema a chi non vuole vedere ciò che la realtà ci dà. Anzi, per quanto mi riguarda, eliminerei tutti i monumenti ai grandi personaggi della storia, che per la maggior parte sono degli assassini trasformati in eroi, per sostituirli con personaggi come la Lapper che fanno parte, loro sì, della vita vera. O con tutto ciò che davvero ci fa vivere e capire: cose come la Nutella, la Coca-Cola, la macchina del cinema..".
Anche se le variabili in campo possono essere diverse e non sempre troppo scontate.
Disabili da copertina
"Elogio della diversità", questo il titolo del servizio di copertina del numero datato 26 giugno 2003 del settimanale "Panorama". In prima pagina ancora lei, Alison Lapper, un candido drappo a coprire le gambe e ancora una volta nuda. A farle compagnia, nelle pagine interne, "la donna barbuta", "le gemelle siamesi", "l'uomo tronco", "l'ermafrodito" e "l'uomo lupo". Così definiti nell'articolo, firmato da Stella Pende, e così ritratti nel servizio fotografico di Gérard Rancinan in realtà destinato ad un libro, non ancora uscito, dal titolo "Elogio della diversità". Obiettivo dichiarato: celebrare l'anno europeo del disabile, il 2003 per l'appunto, attraverso le storie, e le immagini, di persone di successo segnate dalla nascita da disabilità gravissime.
Alison Lapper nelle pagine di "Panorama" (fonte: coaba.org/stampa/cronaca2003/giugno03/crona20030626.htm)
Le polemiche, anche in questo caso, non si sono fatte attendere ma le critiche maggiori, in una situazione in qualche modo antitetica a quella registrata per la statua di Mark Quinn, sono arrivate dagli stessi disabili. Che hanno accusato il settimanale di spettacolarizzare la deformità a fini commerciali, con un cinismo estetizzante che sembra ridurre a materiale da circo Barnum il problema della disabilità. In un servizio che comunque rischia di fallire l'intento manifestato, sensibilizzare i lettori su queste tematiche, bruciando il proprio potenziale nel forte impatto emotivo suscitato dalle immagini.
"I mass media parlano di cose a cui la gente è interessata. E un giornale deve informare ma deve anche vendere. Quindi più copie vende più informa. E' il suo potere" nota Toscani "E poi le immagini, essendo la semplice riproduzione e documentazione delle cose che ci circondano, di per sé stesse non sono mai scandalose. Eliminandole non si toglie il problema e del resto una ragazza focomelica non è un problema. E poi pensiamo alla grande pittura: Goya, Bosch, Bacon, in cui queste figure sono perfettamente accettate. Perché in altri frangenti devono provocare scandalo?". Eppure proprio nel clamore che esse suscitano, in quel fastidio di cui parlava lo stesso Toscani all'inizio, è forse da ricercare la vera energia di queste opere.
"In realtà ciò che mi sembra interessante rilevare" commenta Massimiliano Bucchi, sociologo dell'Università di Trento "è che, come spesso accade, i prodotti con un contenuto non strettamente informativo sono quelli che hanno l'impatto comunicativo più grande". Anche se poi i percorsi verso i quali queste informazioni si incanalano, sia per quel che riguarda il pubblico sia per i mass media, evidentemente sono difficili da prevedere. "Ma la comunicazione è anche questo" conclude Bucchi "Quando un prodotto entra in circolo ognuno può farne l'uso che vuole. In fondo questa è la forza, e il dramma, di chi cerca di comunicare".
( 17 aprile 2004 )